Camusso: art.18. Esodati quasi 350.000 rimasti nel limbo.

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Riceviamo e pubblichiamo da www.CGIL.it (25-03.2012)

Camusso, il Paese è con noi, lo dicono le piazze. Il governo cambi rotta

In una intervista al quotidiano ‘l’Unità’ il Segretario Generale della CGIL parla dell’articolo 18 e delle iniziative di lotta che la Confederazione metterà in campo per difenderlo: “È il momento di valorizzare l’impegno dei lavoratori a difesa di un principio: che venga colpito il licenziamento illegittimo”

Applausi e ancora applausi per Susanna Camusso, applausi anche dalla platea di Cernobbio, dal Forum di Confcommercio, quando ha ripetuto che è ora di discutere di ripresa, dei modi per avviare una crescita del Paese e ha ricordato che gli strumenti sono il rilancio degli investimenti e una politica fiscale che risparmi il lavoro e che abbassi le aliquote Iva.

Applausi incoraggianti, Segretario? Vuol dire che si sta realizzando, magari occasionalmente, qualcosa di simile ad un’alleanza per il lavoro? Da leggere insieme con le prime caute dichiarazioni del nuovo presidente di Confindustria, Squinzi. Insieme con le stesse voci di disaccordo che si sarebbero levate all’interno dello stesso consiglio dei ministri. Sperate che il Parlamento possa tenerne conto?
«Parlerei di un sentimento comune che non appartiene solo ai lavoratori. Ne abbiamo le prove, lo dicono anche i sondaggi. In gran parte del Paese si riconosce cioè come sia sbagliato pensare di ridurre le tutele in questa stagione di crisi, come un passo di questo genere inasprisca la condizione di tanti. Ci auguriamo che il Parlamento dia ascolto a queste volontà».

Intanto avete confermato sedici ore di sciopero.
«Sedici ore di sciopero, mentre si intrecciano tante iniziative di lotta. Pensiamo a scioperi in contemporanea in tutti i territori, mentre si discute in Parlamento. Immaginiamo altre proteste, eserciteremo la fantasia. Promuoveremo una raccolta di firme, chiederemo sostegno a quanti possono. Abbiamo apprezzato, ad esempio, la lettera di un gruppo di giuristi, con chiarezza contro le modifiche all’articolo 18».

Proteste ci sono già state, proteste spontanee di lavoratori sono le diverse sigle sindacali. Vuol dire che l’unità del sindacato si va ricomponendo dal basso?
«Rispetto al tema dell’unità sindacale la sensibilità dei lavoratori è sempre alta. La reazione, per tante categorie, è stata unitaria. È un insegnamento? Bisogna andare avanti. Certo se si fosse mantenuta, al tavolo della trattativa, una opinione comune, non sarebbe finita così, perché il governo non avrebbe avuto la forza di accelerare i tempi su una proposta non condivisa. Ma non è il momento di recriminare. È il momento invece di valorizzare l’impegno dei lavoratori a difesa di un principio: che venga colpito il licenziamento illegittimo. E qui aggiungo qualcosa, perché mi pare d’assistere a una gran confusione, mentre il problema è chiarissimo: non è questione di distinguere tra licenziamenti per motivi economici, licenziamenti disciplinare, licenziamenti discriminatori, il punto è l’illegittimità del licenziamento, a qualsiasi categoria appartenga. Se il licenziamento è illegittimo, se l’illegittimità è stata accertata, sarà diritto del più debole, cioè del lavoratore, scegliere tra reintegro e indennizzo».

Considerando che, tolto di mezzo il reintegro, scatteranno solo licenziamenti per ragioni economiche… Siamo nel paese dei furbi…
«Infatti non accetto il ragionamento che in tanti fanno contro di noi, spiegando che non si può fare una legge in ragione del fatto che esistono i furbi, per impedire le loro furbizie. Mi pare che una legge si possa fare anche per colpire le devianze. Non siamo un Paese di assassini,male leggi contro l’omicidio non mancano. E poi una segnalazione la vorrei fare: il governo ci rassicura che non saranno consentiti gli abusi, che le maglie saranno strette. È un’intenzione degna del massimo rispetto. Ma è un’intenzione che rivela anche il timore che abusi se ne compiano, perché la norma consente evidentemente gli abusi. Siamo al riconoscimento della debolezza e della insostenibilità della legge, alle quali si può rimediare stabilendo che è l’illegittimità che si sanziona, a prescindere dalle motivazioni del licenziamento…»

La discussione è aspra, anche perché capita in mezzo ad una crisi pesantissima e dopo una legge di riforma delle pensioni, che Raffaele Bonanni ha definito crudele… Non hanno scelto il momento sbagliato?
«Qui sta il punto. Si vuole andare ad una riforma che non produrrà alcune effetto sulla crescita del Paese…».

Il ministro non vi ha presentato una bella tabellina indicando le previsioni di espansione del mercato del lavoro, riformato come si deve l’articolo 18?
«Nessuna tabella perché nessuno è in grado di fornirla, per la semplice ragione che effetti benefici non ce ne saranno. Siamo da capo, con una riforma del lavoro, ma senza crescita, che si aiuta per altre vie, dal fisco meno pesante sulle buste paga alla riduzione dell’Iva, dagli investimenti alle infrastrutture, dalla lotta alla corruzione all’innovazione e alla formazione. E per quanto riguarda le pensioni, si è prodotta una riforma che ne cancella il valore di welfare sociale, allungando i tempi del lavoro proprio quando viene meno il lavoro, creando una serie ingiustizie, violando diritti in essere, cancellando le fondate e motivate aspettative di migliaia di persone».

Lei ha denunciato il rischio che si inasprisca la tensione nel Paese.
«Il rischio c’è, se ad esempio nel lavoro invece di creare stabilità si vanno a introdurre ragioni di incertezza e di ansia, se per liberalizzare si sostiene l’idea di tener negozi aperti ventiquattro ore su ventiquattro, in un sistema del commercio che non è in grado di sostenere un simile peso, con la manovra sulle pensioni. Certo che c’è il rischio che la tensione salga, perché si continua nell’idea che si possa dividere il Paese. Noi abbiamo sempre dato molto peso alla convinzione di un accordo e, invece, abbiamo visto che il governo questa convinzione non la coltivava».

Spiegazione di alcuni: si fa tutto per lo spread e per l’Europa, quasi su dettatura dell’Europa. Massimo Riva ha scritto che per inseguire l’Europa siamo diventati più tedeschi dei tedeschi. È d’accordo?
«La sensazione che si voglia fare la parte dei primi della classe. Poi succede che un intervento come quello sulle pensioni ci allontana addirittura dall’Europa. Se si vuole intervenire sull’articolo 18, si prenda pure a modello un Paese vicino al nostro, un Paese industriale, un paese come la Germania, ma si rispetti il modello che è molto più favorevole al lavoratore e non cancella affatto l’opzione del reintegro».

Il “Corriere”, un paio di giorni fa ha brindato alla fine della concertazione. La concertazione è morta?

«Sono sempre convinta che la concertazione sia una risorsa per la democrazia e che assolutamente non condizioni o limiti le prerogative del Parlamento. La concertazione si regge sulla mediazione. Bisogna essere convinti del valore della mediazione e cercarla».

Che cosa si attende dalla nuova Confindustria? Squinzi, senza dichiarar nulla, è stato chiaro sull’articolo 18, ma anche sull’importanza della contrattazione nazionale.
«Dopo una stagione difficile, spero in una ripresa delle relazioni in coerenza con quanto s’è ipotizzato con l’accordo del 28 giugno. Il nuovo presidente di contratti nazionali ne ha firmati molti, riconoscendo che proprio i contratti nazionali sono strumenti di regolazione di una competizione sana, corretta, trasparente ».

Come si è trovata a tavola, a Cernobbio, con Monti, con due ministri, Gnudi e Profumo, con Alfano, con Sangalli, presidente di Confcommercio,e poi con Bersani. S’è parlato di riforma del lavoro?
«Mi è parso che il Presidente del consiglio non ne avesse alcuna intenzione e quindi il tema è rimasto lontano da quella tavola. S’è parlato soprattutto di calcio. Sangalli è milanista e aspettava la partita».

Dal Corriere.it, si riporta

Gli «esodati», quei 350 mila rimasti nel limbo

ROMA – C’ era una volta (nei mitici anni Cinquanta e Sessanta) la famosa Previdenza sociale. Negli ultimi mesi, secondo l’ inchiesta che andrà in onda questa sera nella trasmissione di Rai 3 Report di Milena Gabanelli, ha cambiato segno (da più è passata a meno) ed è diventata «Previdenza asociale», cioè una previdenza «contro» chi dovrebbe tutelare. Stiamo parlando della riforma delle pensioni, approvata all’ interno del primo pacchetto di misure del governo Monti, il decreto «Salva Italia». Per centinaia di migliaia di persone, forse un milione, la nuova legge si è trasformata, documenta l’ inchiesta di Bernardo Iovene, in una trappola, in un limbo di una vita sospesa. Solo gli «esodati» e i «mobilitati» sono 350 mila, lavoratori che avevano concluso una trattativa, in base alla vecchia legge, per andare in pensione, adesso non possono più farlo, ma al tempo stesso adesso sono rimasti fuori dal posto di lavoro, e sono quindi anche senza stipendio. Perché è finita l’ era degli «scaloni» e degli «scalini», e da quest’ anno se si vuole la pensione piena, bisogna aspettare i 66 anni. «Starò sei anni fuori – dice una delle cinquemila cassaintegrate dell’ Alitalia – la maggioranza di noi siamo vecchie per il lavoro e giovani per la pensione. Eccoci qua». E’ anche vero però – sottolinea la Gabanelli – che secondo il Fondo monetario internazionale «con questa riforma tra tutti i Paesi industrializzati il nostro spenderà di meno in pensioni, nonostante l’ Italia sia il Paese più vecchio». Perché? Risponde il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che in sostanza il forte «risparmio» sulle pensioni è ciò che permetterà allo Stato di continuare a pagarle anche in futuro mentre assicura che troverà una soluzione per gli «esodati». Altri problemi riguardano le cifre astronomiche richieste dall’ Inps per la ricongiunzione dei contributi versati presso altri enti di previdenza, ad esempio, da lavoratori che hanno subito un processo di esternalizzazione da parte degli enti locali, presso cui hanno continuato regolarmente a lavorare ed ad essere retribuiti. C’ è poi il caso dei «contributi silenti» che vengono incamerati dall’ Inps per compensare il deficit di altre gestioni. La situazione si è fatta pesante anche per le casse private di previdenza, che devono dimostrare di essere in grado di pagare le pensioni dei loro iscritti per almeno 50 anni, e quindi hanno cominciato a mettere sul mercato il loro cospicuo patrimonio immobiliare, ma la vendita sull’ altro fronte mette nei guai la stragrande maggioranza degli inquilini. Brunetto Boco, presidente della Fondazione Enasarco, in un’ intervista cerca di rassicurare tutti, ma non sembra riuscirci. M.A.C. RIPRODUZIONE RISERVATA **** GUARDA IL VIDEO anteprima dell’ inchiesta su www.corriere.it/reportime (Calabrò Maria Antonietta 25-03-2012)

NOSTRO COMMENTO: Monti invece di andare in giro per otto giorni nei Paesi asiatici e sbandierare ai quattro venti come l’Italia sta cercando di superare la crisi grazie alle sue riforme, (che hanno buttato l’Italia ancor di più nella crisi) cerchi di giocare bene in “casa propria” rimediando, finchè è in tempo, agli errori o meglio “orrori” della riforma del lavoro. Cerchi di reperire i soldi per pagare i 350.000 “esodati” che vivono in un limbo senza il becco di un quattrino dopo che hanno lavorato per tanti anni. E’ proprio vero il proverbio che dice: “…..quelli che vengono dopo son peggiori di quelli di prima…..”

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Categories: Politica, Primo piano

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